![]() ![]() |
||
Recensioni a Sergio
Vilar di Nucleus Please Pas, speak to me of your beginnings
in the music, before Maalavia... What did it take them to form the
band? Which is the reason of the name? From the beginning, did you intend
to make music framed in this style? What elements do they define the musical
identity of C.E.Maalavia? How was the experience as for diffusion
and distribution with “Danze d 'incenso”, its disk premiere? Could you be which the main idea of
the album is and to describe the songs? What do you think of the current situation
of the progressive music of Italy? What do you differ they find among
the Italian bands of the 70s and 80s, and the current ones? Do you believe that in these moments
there is a renovation in the Italian progressive scene? Is there some new band that has impacted
them and can you recommend us to listen? Is the music of C.E.Malaavia so surprising
and fantastic that it is impossible to predict with which we will be
in a future... What can we expect from its next works? Which is your motivation to make music? Lastly, what future projects do you
have in mind? Well Pas, some message for our readers? Let Light be on all of you. Luciano Costarella - www.eventyr-records.it Sempre più raramente mi capita di ascoltare opere prime che sappiano porsi all'attenzione del pubblico e della critica suscitando unanimi consensi. E' il caso degli italici MALAAVIA, formazione partenopea sulla scena musicale da diverso tempo, cogliere la palma di miglior gruppo rivelazione del 2004, grazie alla pubblicazione del loro album d'esordio "Danze D'Incenso". Questa band, ma sarebbe più corretto definirla "un gruppo di studi dove confluiscono diverse persone di varia estrazione intellettuale", come testimoniano le parole di Pas Scarpato uno dei suoi leader, è balzata all'attenzione della platea progressive (e non solo) incidendo un album di sconcertante bellezza e genuinità. Com'è nella tradizione delle più classiche opere che hanno caratterizzato questo particolare filone musicale, "Danze D'Incenso" è un concept-album suddiviso in tre diverse sequenze: "Delle Danze", "Della Conoscenza" e "Tra balsami D'Incenso". L'originalità della formula targata MALAAVIA consiste, essenzialmente, nell'aver riproposto un sound di chiara matrice mediterranea fondendo ad essa, con mirabile eleganza, i richiami della canzone popolare partenopea (NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE e TERESA DE SIO), al rock progressivo ed al jazz-rock di storiche formazioni che hanno esportato il "Made in Italy" nella metà degli anni settanta (LE ORME, PFM, OSANNA e BATTIATO). Altre volte ancora le sonorità assumono caratteri orientaleggianti ("Danze D'Incenso"), a riconferma di come questo disco sprigioni musicalità che non conosce confini geografici. Prova ne sia la scelta di alternare parti cantate in italiano ad altre in inglese, bellissime interpretazioni in dialetto napoletano contrapposte a testi in latino. Gli artefici di questo CD sono essenzialmente due: Oderigi Lusi, dottissimo tastierista e coautore delle musiche assieme al già citato Pas Scarpato, eccellente cantante/tastierista che firma i testi dell'album. Affiancano le due colonne portanti del gruppo Lucio Fontana alla batteria, Egidio Napoletano alle percussioni e Solimena Caloria, la cui cristallina voce tende ad impreziosire ulteriormente i brani di "Danze D'Incenso". Detto ciò, vorrei sottolineare l'ottimo contributo fornito da una quindicina tra collaboratori ed ospiti, tra cui spiccano i nomi di Michele Mutti (de LA TORRE DELL'ALCHIMISTA), Lino Vairetti (degli OSANNA) e Giovanni Mauriello (de LA NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE). Ottimo album dunque, che offre momenti di grande lirismo ("Interludio Sospeso", "Mezzalunafertile", "Bach's Prelude"), brani in perfetto stile LE ORME (come "Vivi Nascosto", a mio modesto parere una delle migliori tracce del CD), alternandoli ad impeccabili passaggi acustici ("Locus Amoenus") o lunghi intermezzi strumentali, come la conclusiva "Coda Di Luna Calante", chiaro riferimento ai britannici CAMEL. Degne di nota anche "Ombre", la bellissima "Cuori D'Elettricità", ma anche "Abraham, Where Is The Land?", un brano che ci ricorda, qualora fosse ancora necessario ribadirlo, l'universalità del linguaggio musicale. Forse il segreto del successo di questo ensamble consiste proprio nell'essere riusciti a coniugare tutte queste influenze musicali, riproponendole attraverso una personale, attualissima chiave di lettura. Ritengo sia opportuno chiudere con un doveroso plauso ai MALAAVIA, ringraziandoli personalmente per aver saputo rinverdire sonorità che ritenevo ormai irrimediabilmente appartenenti ad un glorioso passato. Questo disco rappresenta uno dei migliori acquisti che potete fare per salutare degnamente l'anno che volge al termine: in una parola "accattatevillo"!! Juan - www.dlsi.ua.es Parece que lo etnico progresivo se esta poniendo de moda, grupos como nuestros Amarok o los tambien italianos Scambio o el que nos ocupa Malaavia desarrollan un rock etnico o world music con referencias constantes a lo sinfonico y progresivo. Malaavia es un proyecto que incluye como invitados a Michele Mutti (La Torre dell'Alchimista), Lino Vairetti (Osanna) y Giovanni Mauriello (Nuova Compagnia di Canto Popolare). Su album "Danze d'incenso" es una sucension de 22 cortos temas divididos en 3 secuencias llamadas "delle danze", "della conoscenza" y "tra balsami d'incenso". En la primera secuencia tenemos un tema con mucho gancho vocal con la participacion del invitado Lino Vairetti de Osanna que acompan~a a la voz femenina de Solimena Casoria con un gran trabajo instrumental que da paso a los momentos mas etnicos y world musiqueros del album, rotos brevemente por el corto solo de saxo en (6) "Desert sounds" que da paso al folk celta alegre (pena de los pregrabados) en (7) "Kyrie eleison" donde interviene el soprano Giovanni Mauriello fundador en 1697 de la “Nuova Compagnia di Canto Popolare”. En la segunda secuencia comienza con un gran tema (8) "Ombre" donde destacan los vocales casi baritonos de creo Pas Scarpato y la orquestacion... continua con un tema muy sinfonico donde el invitado Michele Muttib del grupo La Torre dell'Alchimista desarrolla buenass cortinas de sintetizadores que acompan~an a las dulce tono de la cantante Solimena Casoria. Seguidamente... Horrorrr.... el ritmo funky apaga un poco el buen sabor dejado anterioremente, y es que el tema (10) "Vie interne" te deja soprendido, bueno el solo de piano del tema siguiente (11) "Softmoon" arregla un tanto las cosas que definitivamente vuelven a su cauce con la dulce voz, teclados y violin en (12) "Cuori d'elettricità". La cuarta secuencia empieza con un toque clasico, tan solo hay que echar un vistazo a los invitados. prosigue con un tema cantado muy sinfonico y epico a la vez. En (16) "Danza d'incenso" escuchamos un solo de guitarra flamenca y de piano de cola con un fondo de flauta y percusiones con mucho sabor latino. Lo folk y clasico se funden en (17) "Mezzalunafertile" y lo mas clasico en el solo de piano en (18) "Bach's prelude", que da paso a lo mas comico (19) "Mezzalunafertile reprise". (20) "Locus amoenus" da un toque clasico al album, retomando el comienzo de la cuarta seccion, mediante los solos de la guitarra acustica pero tambien un toque misterioso a lo Goblin por los coros de fondo. Para acabar tenemos dos temas, el primero (21) "Canzone di Giuseppe" tiene un cierto sabor medieval y folk y (22) "Coda di luna calante" un magnifico y muy progresivo instrumental donde interviene Giorgio Zambonini "Zambo" con un solo de Guitarra, acompan~ado de buenos toques de piano y sintetizador. Un magnifico broche para este album. En definitiva un album de corte etnico progresivo que tiene ciertos momentos magicos, pero que por su diversidad y multicolorido puede llevar al fans progresivo a que su mente se disperse, perdiendo la atencion y continuidad en la globalidad del album. Paolo Carnelli - WS Luglio 2004 È fuori di dubbio come il 2004 possa essere considerato, per quanto riguarda il prog italiano, come l'anno dei Malaavia. Prima la realizzazione di questo Danze d'Incenso su etichetta Maracash degli amici Massimo Orlandini (Camelot Club) e Raoul Caprio, poi l'interesse diffuso del pubblico e della critica, infine il privilegio di aprire per Yes e PFM al Progfest di Voghera. E in effetti l'opera prima dei Malaavia è di quelle che lasciano il segno: per la densità della proposta, ricca fino all'inverosimile di suggestioni diverse e in parte contrastanti (si pensi al passaggio netto e sorprendente dal pop solare e partenopeo di Sahara/Marrakech alla coda jazz rock in stile Napoli Centrale di Desert Song, fino alle ritmiche sintetiche e al cantato tenorile di Kyrie Eleison, con Battiato sullo sfondo) ma anche per la qualità sontuosa della registrazione e la varietà della tavolozza sonora utilizzata. Le eleganti trame tastieristiche del
virtuoso Oderigi Lusi (con pianoforte acustico e moog in primo piano)
sono infatti impreziosite da mirati interventi di sax, flauto e violino;
la voce calda e espressiva del bassista e chitarrista Pas Scarpato
si fonde alla perfezione con quella limpida e potente della vocalist
Solimena Casoria; le percussioni, secondo la migliore tradizione partenopea,
affiancano e colorano costantemente la ritmica.Il gancio al prog emerge
nei rimandi Ormistici (quelle più cupe di Felona & Sorona
nell'intro di Abrham, ma anche e soprattutto quelle più melodiche
de Il Fiume in Ombre) e in quelli agli Osanna (ancora Abraham, non
a caso con l'intervento calzante di Lino Vairetti alla voce).In definitiva
un lavoro che con i suoi settantatré minuti di durata si presta,
e anzi richiede, ascolti frequenti e ripetuti per poterne apprezzare
le tante sfaccettature, non solo musicali ma anche testuali (Mezzaluna
Fertile sembra uscita da un cd di Roger Waters per l'intensità della
sua denuncia). Gianni Lucini – Liberazione – XIV; 222 ; 17 Settembre 2004 E' davvero necessario per il progressive italiano adeguarsi alle regole narcisistiche e ipertecnologiche della scena anglosassone? L'album dei MALAAVIA dimostra che non lo è. Gli umori indiscutibilmente mediterranei, gli echi etnici e il calore di questo disco ne fanno un lavoro vivo ed attuale, non una testimonianza del tempo che fu. A dar manforte ci sono anche Lino Vairetti degli Osanna e Giovanni Mauriello della NCCP. Mario Giammetti - JAM - XI; 107; Settembre 2004 Ai primi di luglio hanno avuto l'onore di aprire il prog festival di Voghera, con un super ospite quale l'ex tastierista delle Orme Tony Pagliuca, suonando prima di PFM e Yes. Traguardo notevole ma meritato a pieni voti, se è vero, come è vero, che la band napoletana, di cui Danze d'incenso rappresenta il debut album, è uno delle galassie più originali dell'universo progressive, con una proposta che, mentre guarda col dovuto rispetto ai mostri sacri di trent'anni fa (proprio le Orme fanno capolino negli stacchi strumentali di Preludio in luna piena, grazie al virtuosismo dell'eccellente tastierista Oderigi Lusi), ha l'intelligenza di mutuarlo con influenze molto diversificate, che lambiscono territori inconsueti come il funky (Vie interne), il dixie (Smoke Rag) e una forte componente etnica su Mezzalunafertile, tipico esempio di world music inzuppato nella tradizione. Si apprezzano scansioni mediterranee e frequenti richiami alla musica popolare napoletana, complice la bella voce di Solimena Casoria, che talvolta riecheggia quella di Teresa De Sio. Una ricerca che si allarga al linguaggio (nell'iniziale Abrahim, Where Is The Land? si alternano l' inglese, l'italiano e il napoletano, mentre su Ombre compare persino un cantato in latino!) e alle tematiche dei testi, dove si afferma una forte componente spirituale che prende le movenze di una sorta di viaggio interiore. Notevole la cura nel lavoro vocale, con la voce femminile della già citata Casoria alternata a quella del bassista Pas Scarpato (co-leader della formazione insieme a Lusi) e un paio di presenze prestigiose: Lino Vairetti degli Osanna, i cui vocalizzi si ascoltano su Ibrahim, e l'ex Nuova Compagnia di Canto Popolare Giovanni Mauriello, che canta con voce tenorile Kyrie Eleison. Ospiti non certo casuali, pescato fra il meglio del progressive e della musica popolare. Voto: 7 Perché: E' un disco prog diverso
e, a suo modo, originale, con testi da apprezzare poco per volta. Recensione di Peppe di Spirito (Rotter's club www.rottersclub.net ) Lavoro atteso ed immediatamente osannato da molti, Danze d'incenso segna l'esordio dei campani Malaavia, band che sforna subito un album estremamente maturo e finemente composto. Il progressive più classico degli a nni '70 viene rielaborato ed attualizzato dal duo Oderigi Lusi e Pas Scarpato, musicisti capaci di assimilare le più disparate influenze e di riproporle in chiave personale e decisamente suggestiva e ben coadiuvati da altri musicisti e da ospiti di eccezione. Danze d'incenso è idealmente diviso in tre sequenze ed offre ben ventidue canzoni dalle quali traspare la forte componente mediterranea del gruppo che si amalgama alla perfezione con il rock sinfonico di base. I brani sono spesso legati l'uno all'altro senza soluzione di continuità e nonostante vengano esplorati generi diversi si avverte un'uniformità notevole. Emblematica la prima sequenza, in cui si parte con un'introduzione classicheggiante (Preludio di luna piena), passando poi per una composizione melodica e progressiva che entrerebbe bene in qualsiasi album italiano degli anni '70 (Abraham, where is the land?), una coda atmosferica (Climax), una canzone orecchiabile, ma tutt'altro che banale (Sahara-Marrakech), un accenno di jazz allegro (Smoke rag) che sfocia in uno strumentale che sa di jam session col sax in bella evidenza (Desert sounds), fino a concludersi con i ritmi elettronici e ballabili di Kyrie Eleison. Il resto del cd prosegue su questa scia, presentando anche situazioni folkloristiche e di world music che sembrano gettare un ideale ponte tra la nostra penisola e le varie culture musicali del Mediterraneo e del Medio Oriente. Emerge, così, un'estrema raffinatezza della quale va evidenziato il grande pregio di un grado di fruibilità abbastanza elevato, anche per chi è abbastanza a digiuno di prog, nonostante si eviti di andare troppo sul commerciale e/o sulla semplicità. Ci sono alcuni gioiellini di pregevolissima fattura, come Gnoti sauton, Cuori d'elettricità, Interludio sospeso, Danza d'incenso, Mezzalunafertile e la relativa ripresa e Coda di luna calante, che mostrano musicisti con ottime idee e capacità strumentali eccellenti. Merita attenzione anche il linguaggio con cui si esprimono i Malaavia, grazie agli avvicendamenti di un'ottima ugola femminile e calde voci maschili (oltre Pas Scarpato, si segnala la presenza di ospiti importanti quali Lino Vairetti, Giovanni Mauriello della Nuova Compagnia di Canto Popolare e di un tenore) e a testi che, similmente agli Osanna e al primo Pino Daniele vanno a tratti a mescolare abilmente italiano, inglese e napoletano. Ci sono un paio di cadute di tono (la citata Kyrie Eleison e Vie interne, che rimanda a certa disco-music di fine anni '70), ma si tratta di pochi minuti su un totale di oltre settantatre che dimostrano che i Malaavia non sono una semplice speranza, ma già una realtà del progressive tricolore. Peppe Tra Alessandro Longo ( www.proglands.com ) e Pas Ciao Pas. Ho sentito e risentito il CD, quindi parto con le domande D : Quali sono le vostre influenze musicali, per questo CD. R. : Amico mio, le influenze sono quelle di tutta la musica che abbiamo ascoltato e quella della formazione. Oderigi viene da Liszt , Rachmaninoff e Bach ( è un pregiatissimo interprete di questi autori). Io vengo dalla psichedelia, etnica, classica napoletana e jazz, senza trascurare le varie avanguardie, ho un'attenzione particolare per il gregoriano e per Monteverdi. Ad un certo punto, abbiamo scoperto il prog e là ci siamo innamorati. Oderigi sta compiendo studi sugli Yes e Wakemann ( e nel disco si sente); io adoro i Camel, i VDGG e Le Orme ( e pure questo si sente). Cosa dire di più? Volevi dei nomi? Eccoli! In che senso e in che misura puoi intendere questo album come "progressive"? Il fatto che sia un CONCEPT che si sviluppa già intende il work in progress. Ma più in generale, adottiamo il termine "fusion progressive" per indicare una espressione sonora e testuale non chiusa in se stessa ma che si evolve ed evolve. Per la musica dei malaavia non credo che si possa parlare di Rock progressivo classico, anche se le basi sono quelle. Questa musica, unita a tutta la sua filosofia è qualcosa di più ampio. La vostra musica è un mix di diverse culture, sembra: vedo a volte musica simil medio orientale, con inserti di napolitaneità. Perché questa scelta? Vedi, forse per "progressivo" è giusto intendere quello che tu hai percepito: Fusion di varie espressioni combinate armonicamente tra loro e fuse. Del resto,questa è stata sempre la caratteristica dell'avanguardia partenopea, vedi gli Osanna, i Napoli Centrale, i Saint Just, il Balletto di Bronzo etc... Noi siamo anche figli di quella cultura. Le presenze di Vairetti e di Mauriello nel disco ne sono la testimonianza più palpabile.
R: E' doveroso che io ti dica che MALAAVIA , oltre che una band è un gruppo di studi ove confluiscono diverse persone di varia estrazione intellettuale. Il nostro fine è comunicare e sperimentare le vie per la liberazione interiore e la ricerca di una spiritualità nuova. La critica sociale è una componente essenziale in quanto la nostra ricerca parte dal mondo materiale in cui viviamo e che non ci piace :Vediamo dappertutto assurdità di ogni genere mascherate col nome del Divino. Il nostro approccio al pensiero esoterico non ha natura confessionale. Non aderiamo ad alcuna religione perchè riteniamo che esse siano forme etiche adattate alle usanze e tradizioni di svariati popoli. Nonostante ciò, pensiamo che tutte le religioni confluiscano verso una stessa Verità. Così, traiamo insegnamento dalla cultura Vedica o da quella Sufi. Il cristianesimo ci istruisce tramite gli scritti illuminati di S.Agostino e S.Tommaso, oltre alla Bibbia , naturalmente. Platone ci introduce alla conoscenza ed al dubbio mentre Aristotele ci induce al pensiero del Motore Immobile. Cartesio ci parla del Dio della Fisica mentre Gurdjeff ci impone di lasciare il corpo meccanico e vivere lo stato di beatitudine in terra. E poi il Tao, Krishnamurti ed altro ancora...siamo pensatori liberi! Tutto questo per correggere quello che in oriente chiamano Karma in modo che quando lo spirito si libererà dalla prigione della carne possa danzare tra le beatitudini extrasensoriali e evitare la fase del "sonno" purificatore. Ma qua entriamo già nel tema del prossimo disco… Tra non molto creeremo un gruppo-mail. Ci farebbe piacere la tua presenza. Il gruppo si chiamerà "la carovana dell'interiorità" come il nome del live che stiamo portando in giro. E' importante sottolineare che la struttura Malaavia va oltre la musica e il godimento ludico. La musica, pur restando varia e complessa, a volte e in molti tratti è piuttosto orecchiabile (ti resta in mente). Come avete potuto ottenere questo risultato, infrequente nel progressive? E' stato un processo lungo ma naturale. Non sto qua ora a raccontarti come sono nate quelle sequenze di canti e di musiche. Ti basti sapere che esse sono state in toto ispirate profondamente. Non c'è nulla di artefatto in quello che senti. Quando intendete pubblicare il prossimo CD? Stiamo raccogliendo materiale e scrivendone di nuovo. Ti posso solo dire che come ospite per ora ci sarà Tony Pagliuca ( come anche per l'attuale live) e che le tematiche riguarderanno gli stati superiori dello spirito. Dovremmo iniziare le registrazioni ad autunno inoltrato. L'unico aspetto che del CD mi sembra migliorabile è la qualità tecnica delle voci. Sono gradevoli, ma mi sembra di un livello tecnico più basso rispetto all'esecuzione musicale. Vi riconoscete in questa critica? Sì, no? Questione di gusti. Le voci le abbiamo molto arretrate rispetto alla musica per privilegiare le parole dei testi più che la " bella interpretazione" . E poi intendevamo creare atmosfere vere, che si possono ascoltare pure in meditazione. Con una impostazione basata sulla voce " alla CELINE DION " non avremmo raggiunto il risultato che ci prefiggevamo. I nostri intenti sono altri. La sola musica non ci basta. Essa è solo un veicolo che trasporta...e noi dobbiamo agevolare questo trasporto.
R: Che dirti? Purtroppo, in Italia quando si abbracciano pensieri e culture di questo genere si tende subito a classificare o etichettare. Franco è stato uno dei primi ad approcciare al credo Gurdjeffiano qua da noi. Onore al merito. Ma noi, come riferimenti , propendiamo per Jury Camisasca , Claudio Rocchi e i Pierrot Lunaire, pur stimando Battiato. Ricevo da Marcello Marinone (www.agarthaprog.com) Danze d'incenso…un disco che profuma
d'oriente e di mediterraneo, un album sincero, profondamente radicato
nella terra d'origine dei protagonisti di questa avventura: i Maalavia. Ad un ascolto attento si possono scoprire riferimenti a Battiato, al Banco e la P.F.M., un pizzico di Pink Floyd, Locanda delle Fate, Teresa De Sio… Danze D'incenso non è un disco che traccia una nuova linea nel progressive rock nazionale non è un disco tremendamente complesso, è fatto per coloro i quali riescono ancora a farsi conquistare dalla melodia e dal gusto Italiano. L'insieme è equilibrato e deve
poter emozionare l'ascoltatore, il percorso musicale non è difficile,
non siamo di fronte a partiture di laboriosa interpretazione non si
sconfina mai nell'avanguardia. La terza sequenza “tra balsami d'incenso” è il vertice più alto dell'opera, un suite in vari movimenti chiusa da una poesia di D'annunzio. Belle atmosfere e sonorità, aperture romantiche, nel migliore stile sinfonico degli anni 70, il risultato finale è molto gradevole. Gli unici episodi sui quali ho un po' di perplessità sono “Kyrie eleison” e “Vie interne” due brani a mio parere un po' ingenui e banali, soprattutto il secondo, (parlo del “costruito” musicale non del messaggio che si vuole trasmettere) La ritmica, è funzionale alla
proposta artistica, non aggiunge e non toglie nulla al giudizio finale. Mi piace chiudere con questa riflessione,
sinteticamente esplicativa, di Pas Scarpato,: Ora tocca a voi… Ricevo da ManlioProg Danze d'Incenso (2003)Chi legge le mie pagine si sarà accorto da un pezzo che io entro senza remora in quella categoria di persone che, musicalmente parlando, si possono etichettare come "nostalgici". I motivi sono vari, ma quello forse maggiore è una delusione profonda dei musicisti odierni (o buona parte di questi) che non riescono, secondo me, a fondere tecnica e spirito. La lista dei raccomandati e/o figli di papà che ottengono un facile contratto discografico che poi non riescono ad onorare in termini di fiducia e risultati è lunga e fitta…ma c'è anche qualche gruppo o personaggio che, grazie a grandi sacrifici e sudore versato in prima persona, riesce a immettere sul mercato un lavoro originale, valido e di freschezza disarmante. E' il caso dei Malaavia, che presentano questo "Danze d'Incenso", che definire lavoro progressivo risulta estremamente limitante. Il gruppo, formato da Pas Scarpato e Oderigi Lusi, contando anche varie collaborazioni, una su tutte la bravissima Solimena Casoria, riesce a fondere in un unico lavoro una indescrivibile quantità di generi diversi, mantenendo un unico e validissimo filo conduttore, spaziando dal progressive al pop di classe, da ritmi orientaleggianti a profumi e rumori nettamente partenopei, fino a citazioni classiche e ritmi disco-music. A testimoniare l'impronta personale del lavoro c'è sia la lunga durata (era da un pezzo che non vedevo dischi con 22 tracce!!!) in cui si dividono tre sequenze, sia un proponimento, peraltro perfettamente riuscito, di amalgamare il più svariato numero di strumenti, tra i quali sax, violini, mandolini, fiati e trombe. Stupefacente Oderigi Lusi al pianoforte: mai sopra le righe, riesce ad incastrarsi con ottima tecnica e precisione nei vari interventi, permettendosi alcuni momenti veramente notevoli come "Abraham, where is the land?", "Softmoon", "Vivo nascosto", la classica "Bach's Prelude" e "Smoke Rag" dal sapore antico di Jopliniana memoria. La "Sequenza seconda" è quella, secondo me, più riuscita anche se non si possono non citare le iniziali "Preludio di luna piena" e "Abraham, where is the land ", "Mezzalunafertile" e "Canzone di Giuseppe" (quest'ultima dal sapore leggermente alla De André de "La Buona Novella"). Un disco vario e riuscito, dalle tematiche quantomeno attuali (i testi sono di Scarpato), che, sono sicuro, scuoterà lo statico scenario musicale odierno.Consigliato. Ricevo da Francesco Fabbri Se esiste un gruppo che negli ultimi tempi ha fatto notevoli progressi è proprio quello dei partenopei Malaavia. Poco meno di due anni fa recensivo la versione demo di "Danze d'incenso" evidenziandone aspetti positivi e punti deboli, e quello che adesso mi trovo davanti è un progetto completamente rinnovato, che sembra aver fatto tesoro dei rilievi mossi da me e da altri critici. Dunque la band, con umiltà e grande consapevolezza, ha saputo reinventare la propria parabola artistica senza snaturarne l'essenza: cosa non facile, ma alla luce dei risultati ne valeva sicuramente la pena.L'etno-prog di Pas Scarpato e soci è ora un florilegio di preziosi arrangiamenti, soprattutto a livello del pianoforte, dell'organo e delle programmazioni di Oderigi Lusi, che si integrano a meraviglia con le molteplici chitarre suonate dal leader Scarpato. S'è poi instaurato un positivo clima da gruppo aperto che ha permesso di coinvolgere prestigiosi personaggi quali Lino Vairetti e Giovanni Mauriello, le cui band di provenienza - Osanna e Nuova Compagnia di Canto Popolare - certo rappresentano dei punti di riferimento per i Malaavia. Il concept, suddiviso in tre Sequenze, si apre alla grande con l'immaginifico "Preludio di luna piena", forgiato su un duello piano-Hammond in stile seventies... da brividi! "Abraham, where is the land?" ci tuffa poi in quelle contaminazioni fra Mediterraneo e Medioriente che sono da sempre una peculiarità della band: il tutto, servito in salsa jazz-prog, talora ricorda i Napoli Centrale. Un potenziale hit-single è invece "Sahara-Marrakesh", maiuscola estrinsecazione di contagiosa allegria dominata dall'incantevole voce di Solimena Casoria, mentre "Kyrie eleison" si può apparentare col Battiato dei primi anni '80, vista la commistione fra sacro e profano che vi viene operata. La Sequenza Seconda inizia con un'altra canzone dalla classe cristallina, ossia la suggestiva "Ombre", prima delle meraviglie di "Gnòti Sautòn": davvero perfetto l'arrangiamento orchestrale; da rilevare pure l'accoppiata vincente "Cuori d'elettricità" e "Hominem quaero", che alterna delicatezze flautistiche a poderose schitarrate. La Sequenza Terza gioca la carta di un maggiore minutaggio e forse per questo non ha la forza dirompente delle prime due, nondimeno racchiude momenti significativi, vedi l'ottima elaborazione romantica e sinfonica di "Vivi nascosto", con un testo che polemizza giustamente con un certo pensiero comune contemporaneo. Proseguendo, troviamo la sospesa eleganza della title-track, cui tiene dietro "Mezzalunafertile", che punta il dito contro il fondamentalismo islamico (fomentato, non dimentichiamolo, dalle armi fornite dal capitalismo occidentale), mentre la "Canzone di Giuseppe" è spiritualmente affine allo Juri Camisasca mistico. Dopo tanti nomi citati, forse sembrerà un paradosso che Malaavia conservi una sua piena e originale dignità espressiva, ma così è: ascoltare per credere.Un lavoro eccellente, al top della mia personale playlist di questo primo trimestre 2004. Recensioni su www.movimentiprog.net
Ha finalmente visto la luce l'album d'esordio dei Malaavia, band orobico - partenopea guidata dal nostro infaticabile collaboratore Pas Scarpato: “Danze d'incenso” è infatti uscito sotto l'egida della neonata etichetta lombarda Ma.Ra.Cash. E' una notizia che ci rende tutti più o meno felici, in quanto seguiamo già da tempo le alterne vicissitudini del gruppo, tra importanti riconoscimenti in ambito artistico (come il premio “portavoce” assegnato nel 2001 dalla giuria di Ritmi Globali Europei) ed alcuni cambi di formazione. Avevamo già avuto modo di sentire in anteprima la prima sequenza dell'album (recensite in queste pagine) durante le diverse fasi di lavorazione, e già allora ne eravamo stati favorevolmente colpiti, in virtù dell'eleganza e personalità di un suono che spicca nella produzione discografica attuale. Il disco intende essere una sorta di cronaca di viaggio del gruppo, un viaggio geografico che ha idealmente luogo nei territori mediorientali, storicamente tra i più martoriati dai conflitti politici e religiosi, ma anzitutto dentro di noi, alla ricerca di una nostra intima essenza che sta andando consumandosi sotto le sferzate inflitte dal modus vivendi attuale. L'album, come anticipato, è idealmente divisibile in tre parti, costituite da più brani uniti tra loro in ragione di una certa unità tematica, senza soluzioni di continuità. Ritengo che la prima sequenza sia musicalmente la più accessibile delle tre, spaziando dalla tradizione melodica mediterranea e partenopea alle modernità della tecno-dance, in una personale rivistazione del “Kyrie”: una panoramica a volo d'uccello che sottolinea la disinvoltura con cui la band, lungo tutto il disco, si sposta da un genere musicale ad un altro, senza banalità, cadute di stile o – peggio – senza risultare troppo supponente. Notevoli i preziosismi culturali, come il cantato tenorile in latino in “Ombre” o la citazione dannunziana nel brano conclusivo del disco: materiale che sembrerebbe uscire da un album di trent'anni fa e che non sarebbe giusto anticipare all'interno di una recensione, privando l'ascoltatore del gusto della scoperta. Ottima la perizia tecnica dei musicisti, in particolare delle due anime del gruppo, Oderigi Lusi e Pas Scarpato, rispettivamente alle tastiere ed a chitarre e basso. Da segnalarsi anche la capacità interpretativa e la potenza (da brividi in alcuni punti) della vocalist: peccato che abbia dato forfait al termine delle registrazioni per seguire altri progetti. Le note di copertina tuttavia si dilungano ampliamente sugli artisti che hanno prestato la loro opera, tra cui nomi di chiara fama quali Lino Vairetti (Osanna), Giovanni Mauriello (N.C.C.P.) e Michele Mutti (Torre Dell'Alchimista). Le influenze del rock straniero (Genesis, Pink Floyd, Camel) ed italiano (a me vengono anzitutto in mente gli ultimi due album delle Orme, “Il Fiume” ed “Elementi”, ma anche P.F.M. e Osanna) sono dunque molte, ma il gruppo riesce a non abusare di questi ingredienti (sarebbe facile) in virtù di un sound personale, di cui si riusciranno a percepire le innumerevoli sfumature solo dopo molti ascolti. Ma insomma, il disco è progressive oppure no? Sicuramente è un ottimo album, che risulta accessibile – il che non significa affatto “poco profondo” – anche a chi il prog non lo mastica. E direi che questo è sufficiente.
Era una serata romana, camminavo per Via del Corso, quando, improvvisamente i miei padiglioni si drizzarono come quelli di un pastore tedesco che sente il richiamo del proprio padrone...Sentivo una musica fresca, nuova, eppure che aveva qualcosa di così maledettamente "familiare", ma non di già sentito..Cosa era? Non lo so, so solo che mi avvicinai, e fui subito rapito (sarebbe ipocrisia non ammetterlo) dal carisma di quella cantante abbigliata come un'odalisca lisergica. Era Solimena, un personaggio mitologico tra Ian Anderson (per via del fatto che suona il flauto), Teresa De Sio, Peter Gabriel degli esordi...una presenza scenica incredibile (peccato che abbia preso altre strade - "chi lascia la via vecchia per la nuova...." dice il detto...). La band è favolosa tra i quali spiccano accanto alla flautista Pas Scarpato ed Oderigi Lusi ( i due autori del repertorio del gruppo ). In quell'occasione il gruppo suonava per beneficenza durante "Telethon". Mi avvicinai con la faccia tosta che mi contraddistingue e chiesi loro di darmi una qualsiasi incisione fatta da loro. Mi accontentai così di un cd registrato in casa "alla buona" con il quali martellai dolcemente i miei timpani. Il fatto di poter sentire finalmente questi arrangiamenti mi fa provare l'emozione di un padre alla nascita del proprio pargolo. I brani si susseguono in quest'opera prima secondo il filo conduttore di un percorso esoterico di crescita interiore alla ricerca della verità assoluta. Il cd non stanca per niente nei suoi 72 min. di musica varia, spaziando dal prog '70, al jazz, alla dance '70, alla musica classica, al rap di scuola napoletana, accontentando tutti i "palati", con una strizzatina d'occhio al Battiato più esoterico. Un piece imperdibile, che mi fa gridare al MIRACOLO in un periodo piatto come questo. Bello il booklet interno ben ricco di traduzioni dei testi in dialetto napoletano. I temi trattati sono particolarmente profondi, affrontando tra le altre cose, non solo quello esoterico, ma anche in un certo senso socio-politico, come le contraddizioni e le barbarie che contraddistinguono certi costumi imposti da alcune popolazioni che fanno parte della "culla" che hanno dato vita a tutte le civiltà. Tutto il lavoro poi è ulteriormente impreziosito dalla collaborazione di Lino Vairetti (Osanna) e di Giovanni Mauriello (N.C.C.P.), cosa che conferma quanto il prodotto sia di qualità. Credo che sia alquanto difficile per la band ora, con un esordio simile, bissare con un secondo cd allo stesso livello, ma sono fiducioso. Si dice che chi ben comincia è alla metà dell'opera, ma qui si è cominciato ottimamente, eccome! Voto: 10 Una sola parola: DA COMPRARE ASSOLUTAMENTE!
Quando ho sentito le prime note del CD ‘Danze d'Incenso' dei Malaavia, ho capito che ero davanti a qualcosa di diverso. E' difficile descrivere una sensazione
che deriva da un'emozione profonda, assolutamente spontanea. Tornando al CD, questo è diviso
in tre sequenze, e si è piacevolmente impressionati dalla estrema
scorrevolezza dei brani, un continuum garantito da una perefetta logica
sequenziale. Una nota a parte per le voci. Anche le nostre band Progressive più accreditate hanno spesso avuto problemi ad affrontare l'aspetto vocale; Pas Scarpato e Solimena Casoria si distinguono per la giusta potenza, che però non sminuisce il calore. Devo riconoscere che più che canto si sente un'interpretazione, una partecipazione emotiva alle belle parole che accompagnano queste fresche musiche. Anche i testi, che trattano con estremo gusto argomenti non semplici, sono decisamente musicali, e beneficiano la musica stessa di quella linea melodica che definisce perfettamente l'andamento delle sequenze. Credo che sia superfluo dire che è un disco raccomandatissimo, che si spera abbia il riscontro che decisamente merita. Voto: 9 (F. Fasce)
Le vie del progressive sono infinite:
su una delle tante abbiamo scoperto i Malaavia. “Danze d'incenso” è un viaggio nella tradizione del progressive italiano: la teatralità e il calore degli Osanna, la solenne melodia delle Orme, la verve della PFM, la dolcezza dei Pierrot Lunaire. Un viaggio nella tradizione napoletana: le armonie solari di Teresa De Sio e Pino Daniele, il patrimonio lasciato dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare, la vitalità di Tony Esposito e James Senese. Come ogni viaggio va avanti, toccando anche il pop esotico di Battiato e il rock romantico di Camel e Renaissance. E prosegue oltre, verso una meta rischiosa, difficile, lontana ma necessaria. Una meta dolorosa: la scoperta di se stessi e del proprio posto nell'universo. Il tema della ricerca interiore e della propria origine divina, del “contrasto tra essenza e personalità”, lo stesso che ha condotto Battiato e anime vicine (Alice, Camisasca,Tofani,Rocchi) a lidi di assoluta spiritualità. L'intero disco è un invito a fuggire da “falsi sacerdoti” e “facili traguardi”: solo vivendo “nascosti” sarà più viva l'illuminazione. L'incenso del titolo e la suggestiva copertina non richiamano a facili tentazioni orientali: il legame con l'Oriente ci riporta alla culla del mondo, una lontana e immaginaria Agartha dove quel Re del mondo “ci tiene prigioniero il cuore”. Per arrivare là il gruppo segue le proprie “vie interne”, lungo le quali si cercano “antiche verità”, affrancandosi dalle “memorie occidentali”. In tristi giorni di facile musica da intrattenimento i Malaavia ci accarezzano il cuore e ci guidano alla conoscenza di noi stessi. C'è anche un'altra novità: il disco è prodotto dalla nuova etichetta Ma.Ra.Cash, fondata da Orlandini del Camelot Club, ed è “figlio” della collaborazione di soggetti attivi nel mondo del prog italiano, come il Centro Studi Progressive Italiano e MovimentiProg. E' anche così che si dimostra la vitalità del nostro rock progressivo. Durante il viaggio la carovana Malaavia (arricchita da numerosi collaboratori) trova compagni di lusso, come un grande Lino Vairetti (Osanna) nell'intensa “Abraham, where is the land?”; il giovane Michele Mutti (synth della Torre dell'Alchimista) nell'accattivante “Gnoti Sautòn”. Si permette anche di sostare su ritmi techno-house: un inaspettato “Kyrie Eleison” in compagnia di Giovanni Mauriello, indimenticata voce della NCCP. Qualcuno storcerà il naso, qui come nella movimentata disco music di “Vie interne”: ma la danza è strumento di conoscenza ed elevazione, contro la staticità e la materialità di noi occidentali grassi e soddisfatti. Danza. Conoscenza. Balsami d'incenso. Questi i tre temi e le tre rispettive sequenze in cui è diviso il lavoro: più imponente la prima, introspettiva e meditata la seconda, toccante e rivelatrice la terza. I Malaavia ci offrono un moderno art rock, tinto di world music, etno-pop, dub e fusion. In alcuni casi rasentano gli Avion Travel (vedi l'elegante title-track), su tutto svetta l'ispirata voce della vocalist e di Pas. Ma c'è di più: i fiati ricchi e variopinti, le calde percussioni, le languide melodie arabe (vedi “Mezzaluna fertile”), gli spunti alla Pink Floyd; il magnifico piano di Lusi (uno dei più preparati musicisti prog degli ultimi anni); la chitarra di Scarpato che, registrata al ritmo del battito cardiaco, farà sciogliere tutti gli amanti phillipsiani (“Locus amoenus”). Un susseguirsi di brani incalzanti, a volte meditativi, talvolta vivaci e anche eccessivi. “Ombre” è senza dubbio uno dei pezzi più toccanti del prog degli ultimi anni; così come la superba “Vivi nascosto”. Il finale, la “Canzone di Giuseppe”, è un omaggio alla pazienza di un uomo che dovremmo prendere come esempio; nella “Coda di luna calante”, tra citazioni d'annunziane e una sensazione di pienezza interiore, si chiude un disco di notevole spessore. Raramente ci troviamo dinanzi a debutti così densi di significato ed idee: "Danze d'incenso" è il risultato di anni di lavoro e sacrificio. Come in ogni debutto ci sono ingenuità ed eccessi, ad esempio la lunghezza, un vizio che ha segnato anche il bell'esordio dei Floating State. Tuttavia, dinanzi ad un album legato ad un concetto così nobile e ad un impianto musicale così affascinante, non si possono risparmiare pareri favorevoli. Dedicato a tutti quelli che, un giorno, in una delle nostre vite, sentiranno “bussare alla porta del proprio cuore”.
Nel desolante panorama musicale italiano alcuni gruppi di nuova generazione rappresentano talvolta una gradevole eccezione: i Malaavia sono uno di questi e con il loro album di debutto Danze d'incenso si impongono immediatamente all'attenzione del pubblico.Si tratta di un concept album in cui nessun modello di classificazione musicale è prevalente, anche se l'influenza del rock progressivo partenopeo degli anni 70 è particolarmente spiccata. Non a caso il gruppo si avvale di numerose ed eccellenti collaborazioni tra cui quella con Lino Vairetti degli indimenticati Osanna e Giovanni Mauriello della Nuova Compagnia di Canto Popolare.I testi sono stati scritti integralmente dal poliedrico Pas Scarpato, mentre per le musiche la composizione si è estesa anche a Oderigi Lusi ed entrambi possono essere considerati i veri artefici della realizzazione del progetto, nonché arrangiatori dello stesso.Il disco si suddivide in tre distinte sequenze: delle danze, della conoscenza e tra balsami d'incenso.Risulta subito evidente la qualità del lavoro già dalle prime note ben orchestrate dall'Organo Hammond di Luisi, per proseguire successivamente con uno dei migliori brani dell'album Abraham, where is the land? dove la dolcissima e calda voce di Solimena Casoria si intreccia con quella di Scarpato in un duetto che si ripete anche in altri momenti all'interno del cd.Le migliori canzoni della seconda sequenza risultano Ombre e Cuori d'elettricità mentre nella parte finale c'è forse il brano più bello dell'intero disco: Vivi Nascosto. Ottimi gli arrangiamenti con le tastiere in evidenza per tutti gli oltre 70 minuti di musica che ricordano il mitico gruppo delle Orme a cui i due compositori si sono evidentemente ispirati.Sonorità diverse guizzano, si rincorrono, sospirano, si fermano per poi immergersi in musicalità calde, mediterranee ma, al tempo stesso, universali.Acqua e sabbia, ritmo e silenzio si fondono per aprirsi all'ascolto della lieve danza degli umori dell'anima: note che profumano di spezie, di muscosità ombrose, di profumi di mercato, di terra calda e impalpabile del deserto.Un disco da ascoltare facendosi "attraversare" dalla multietnicità sonora in esso contenuta, peregrinando per mondi lontani e vicinissimi, alla ricerca dell'armonia dell'equilibrio.Sul sito ufficiale del gruppo www.malaavia.net è possibile scaricare in mp3 alcuni brani dell'album, mentre l'acquisto dello stesso tramite Internet è possibile attraverso il sito http://www.btf.it/ "Danze d'incenso come sacre danze del pensiero esoterico; danze rivelatrici delle forme della conoscenza e dello stato armonioso dell' Essere" Tino Tozzi. Livorno
Prima che ascoltassi questo disco, qualcuno mi parlava dei Malaavia come “il futuro del prog italiano”. Non sono d'accordo: i Malaavia sono il PRESENTE del prog italiano. Raramente ho avuto modo di ascoltare un lavoro completo e artisticamente raffinato come “Danze d'incenso”, soprattutto in ambiente nazionale. Anche senza menzionare le varie ed importanti collaborazioni (Lino Vairetti degli Osanna, Giovanni Mauriello della Nuova Compagnia di Canto Popolare) e gli interventi di numerosi musicisti ospiti, la costruzione di ogni brano è accurata e perfettamente adeguata alle doti di ognuno dei membri della band, in modo che tutti possano mettere in luce le proprie caratteristiche migliori, innalzando a livelli altissimi la qualità delle danze. I Malaavia sono Pas Scarpato (voce, basso, chitarre) e Oderigi Lusi (tastiere, Hammond, fisarmonica, cori) con la collaborazione di Solimena Casoria (voce e flauto), Lucio Fontana (batteria) e Egidio Napolitano (percussioni). Come già accennato, poi, la lista degli ospiti è ricca, anche con nomi importanti. I Maestri Scarpato e Lusi inoltre hanno composto anche le parti musicali di ogni brano, mentre i testi sono a nome del solo Scarpato (eccetto “Vivi nascosto” firmato insieme a Matilde Mayla Nuzzo). Si nota evidente la loro abilità e la loro competenza nel campo, nel fondere con tanta maestria i suggerimenti del progressive italiano degli anni '70 e le suggestioni etniche tipiche della scena napoletana, le evidenti radici classiche (presenti soprattutto nelle parti pianistiche di Oderigi Lusi) e qualche idea tratta dal rock'n'roll, in particolare in alcuni passaggi della voce maschile di Pas Scarpato. Anche i testi delle canzoni, perfettamente legati alla musica che li accompagna, rivelano una profondità di riflessione raramente riscontrabile nell'ambito musicale; “Danze d'incenso” si divide in tre sequenze, all'interno di ognuna delle quali i brani si seguono in maniera coerente e significativa. La prima sequenza, “delle danze”, si apre col bel “Preludio di luna piena”, brano strumentale complesso ma tendenzialmente rarefatto, che serve ad introdurre l'ascoltatore nell'atmosfera che lo accompagnerà fino alla fine del disco. Segue “Abraham, Where Is the Land?”, nella quale si introducono le due voci, quella alta della vocalist e quella più bassa e perfettamente armonizzata di Pas Scarpato. In questo pezzo si notano le varietà di registro – anche linguistico – che caratterizzano i Malaavia: insieme ad alcune parole in inglese, l'italiano e il napoletano si alternano dipingendo anche all'orecchio meno esperto ed attento le varietà e i colori della napoletanità. Segue poi “Climax”, quasi del tutto strumentale, che parte riprendendo il finale del brano precedente e fa alzare l'attenzione dell'ascoltatore fino a terminare i suoi poco più di 50 secondi con una ripresa del refrain di “Abraham, Where Is the Land”. Il climax, secondo le antiche leggi dell'oratoria (sicuramente note a Scarpato, insegnante di professione), doveva essere posto alla conclusione dell'orazione pubblica. Ma in questo disco si trova all'inizio, come una dichiarazione di intenti per la quale è necessario puntare, in ogni momento, al proprio massimo, a raggiungere le vette più alte possibili. Si continua con “Sahara – Marrakech”, che introduce più decisamente al lato “arabo” della musica dei Malaavia (già presente comunque nei brani precedenti). Vi si cantano quasi solo aspetti positivi e quasi “favolistici” dell'area nordafricana, anche se comunque non si tralasciano i riferimenti all'“infinita guerra” che vi si sta combattendo. Si prosegue con il jazzatissimo intermesso strumentale di “Smoke Rag”, che si interrompe bruscamente per dar spazio a “Desert Sounds”, nella quale il sassofono la fa da padrone dipingendo uno scenario che (anche grazie all'azzeccato titolo e all'accostamento con i brani precedenti) può ricordare certi paesaggi sahariani visti nei documentari, il tutto comunque con una forte vena jazz alla base. La prima sequenza si conclude poi con “Kyrie Eleison”, affidata alla voce di Giovanni Mauriello della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Questa preghiera (tuttora presente nella Messa cristiana, si tratta semplicemente dell'invocazione di pietà), qui presentata sottoforma di litania, si apre accompagnata da un sottofondo etnico, con percussioni ed arpeggi di chitarra, per evolversi in una sorprendente versione “dance” accompagnata da campionamenti. Molti significati possono essere visti in questa scelta, dalla mercificazione e commercializzazione del sentimento religioso popolare che si è avuta soprattutto nella seconda metà del XX secolo a un messaggio quasi opposto, ovvero la meccanicità di alcune manifestazioni religiose che rimangono solo “di facciata”. La seconda sequenza, “della conoscenza”, si apre con “Ombre”, che paradossalmente mette in luce alcuni aspetti della società contemporanea (sia “occidentale” che “orientale”, anche se in forme diverse): le ombre del titolo sono persone o comportamenti che limitano la libertà personale impedendo al singolo di vivere la propria individualità. Curioso notare che questo brano mischia, oltre ai soliti registri linguistici differenti (al napoletano e all'italiano si aggiunge anche il latino), anche alcuni momenti strumentistici nettamente ascrivibili a generi diversi. Il pianoforte dell'apertura è tipicamente classico, mentre il “ritornello” è introdotto da un accordo di Hammond caratteristico del prog degli anni '70; la parte in napoletano si posa su una base di percussioni etniche, mentre la frase in latino è cantata con toni presi in prestito dalla lirica; segue poi un passaggio di sassofono che richiama decisamente il jazz, per continuare con un accompagnamento pianistico vicino alla tipica “canzonetta” italiana. A questo complesso brano segue l'ancora più difficile “Gnoti Sautòn (conosci te stesso)”. In origine la frase (citata da Platone, che la mette in bocca al suo maestro Socrate) veniva letta come un'intimazione a riconoscere i propri limiti. Scarpato, mettendo in atto un processo tipico della filosofia antica che consiste nel citare le proprie fonti senza necessariamente accettare le interpretazioni date nei momenti successivi, la legge come un suggerimento ad approfondire appunto la propria autocoscienza al fine di comprendere che tutto ciò di cui ognuno ha bisogno può essere trovato in sé stessi, senza cercare necessariamente l'affermazione data dal sopraffare il prossimo. E questo concetto è immediatamente ripreso dal successivo “Vie interne”, che su una base decisamente ispirata all'opera di Franco Battiato suggerisce di valorizzare quanto si può trovare (ma solo con la ricerca) dentro sé stessi contro la cecità che purtroppo ormai caratterizza uno strato troppo grosso della nostra realtà. La sequenza prosegue con “Softmoon” che inizialmente riprende un passaggio vocale di “Gnoti sautòn” come sottofondo ad una registrazione presa evidentemente sulle rive del mare che unisce i vari mondi messi in gioco dai Malaavia in questa opera, ovvero la realtà napoletana, quella nordafricana, quella mediorientale e quella greca, per proseguire con un passaggio di pianoforte classico. Segue poi “Cuori d'elettricità”, dai colori estremamente arabeggianti che suggeriscono ancora una volta l'importanza della coscienza di sé stessi. Il testo viene ripetuto interamente due volte, prima dalla voce femminile poi da quella maschile, e i due diversi timbri danno letture differenti del messaggio nonostante le parole siano le stesse. Si ha l'impressione nella prima parte, affidata alla voce altissima di Solimena, di una ricerca colta al suo inizio, di una persona che scopre solo alla fine della sua parte del brano davvero quello che c'è al proprio interno. La voce di Pas Scarpato invece, più bassa e sicura nel timbro, rende l'idea di qualcuno che si trovi ad un punto più avanzato della propria scoperta. E l'intervento della voce femminile quasi ad interrompere la parte maschile sembra confermare la profondità del cammino svolto, mentre infine la chiusura cantata su toni più alti da Scarpato suggerisce allo stesso tempo la gioia della conoscenza e l'urgenza di continuare il cammino. E a “Cuori d'elettricità” si lega immediatamente la conclusiva “Hominem quaero” (latino per “cerco l'uomo”), frase che si ritiene pronunciata dal filosofo greco Diogene Laerzio quando gli veniva chiesto cosa cercasse con il suo lanternino. E i Malaavia evidentemente cercano qualcuno che abbia il coraggio di essere una persona prima che una parte della società. Esplicito anche il fatto che il brano (e la sequenza) si chiuda con il rumore dell'esplosione di un tuono. Si conclude poi con la terza ed ultima sequenza, “tra balsami d'incenso”. Primo brano è “Interludio sospeso”, pezzo strumentale lento, quasi classico, disturbato inizialmente da un persistente vocio che cessa soltanto quando gli archi per così dire “alzano la voce” assumendosi il ruolo di guida del pezzo. La successiva “Vivi nascosto” (in greco antico “làthe biòsas”, motto dei filosofi epicurei) è ancora più esplicita riguardo al tema della necessità di guardarsi dentro per evitare di essere travolti dai dettami della modernità, da una situazione nella quale, come dice il testo della canzone, “non serve ciò che pensi o che dici, occorre solo ciò che produci”. Va notato che anche questo brano ha nelle parti vocali dei chiari ammiccamenti all'opera di Franco Battiato (particolarmente ciò che il cantautore siciliano ha scritto negli anni '70). Segue il lungo brano strumentale “Danza d'incenso”, che propone tematiche molto legate alla tradizione classica soprattutto tedesca con degli accenni alla musica sacra (parti di organo eseguite all'Hammond). La sequenza continua con “Mezzalunafertile”, brano in due parti divise dal “Bach's Prelude”, effettivamente un brano per pianoforte di Johann Sebastian Bach eseguito dalle abili dita di Oderigi Lusi. Tornando a “Mezzalunafertile”, vediamo che questo brano si apre con un rumore di esplosioni, delle voci che possono ricordare un telegiornale probabilmente in lingua inglese (ma il volume è tale che le parole non si riescono a comprendere) e degli accordi di tastiera che ricordano un po' gli assoli dei virtuosi di questo strumento del prog anni '90. Il ritmo e i suoni prendono poi una strada più etnica, mentre il testo mette in luce i contrasti e le contraddizioni del mondo mediorientale: in fondo, quella che nel mondo antico veniva definita appunto “mezzaluna fertile” corrisponde grossomodo all'attuale Iraq. L'accusa viene mossa non alle persone, ma ai detentori del potere che iniziano le guerre nelle quali poi i semplici abitanti della zona combatteranno, spesso senza poterne capire davvero il perché. Pas Scarpato va quindi a chiarire che il mondo mediorientale non è né migliore né peggiore della società occidentale nella quale viviamo noi: ha problemi a volte comuni a volte diversi, ma da nessuna delle due parti sta la verità o il “bene” come invece qualche politico di rilievo afferma. La sequenza cambia poi atmosfere con “Locus amoenus”, come il poeta latino Virgilio chiama nelle “Bucoliche” la sua fattoria nella quale rifugiarsi dai problemi del mondo per “vivere nascosto” come suggerivano gli insegnamenti epicurei. E si tratta di un brano nel quale la fa da padrona la chitarra acustica, con ritmi lenti e carezzevoli, che mettono a proprio agio l'ascoltatore. Segue poi la “Canzone di Giuseppe”, nella quale prende la parola il padre putativo di Gesù Cristo. Nonostante in alcuni suoi momenti il brano ricordi qualche passaggio de “La Buona Novella” di Fabrizio De André, la figura del santo non è vista in crisi, come di solito i “lettori progressisti” della Bibbia la dipingono, per il fatto di trovare la futura moglie incinta di un figlio non suo. Si legge invece in questo brano una presa di coscienza da parte di Giuseppe della responsabilità di crescere una persona che dovrà diventare tanto importante, e la disponibilità a mettersi nelle mani di Dio per questo suo compito. La sequenza e il disco si chiudono infine con la “Coda di luna calante”, nella quale viene recitato un brano di D'Annunzio su un sottofondo che un po' riprende il “Preludio di luna piena” con dei ritmi un po' più accesi ma comunque non eccessivamente veloci. Per concludere, questo lavoro dei Malaavia è secondo me qualcosa che ogni appassionato di prog italiano dovrebbe conoscere e possedere, in quanto credo che da queste idee molti frutti ancora potranno nascere per portare lustro al progressive e alla musica in generale. Marco Piva. 2004
Era da un bel po' che lo aspettavamo, questo concept album! E finalmente è arrivato. D'altra parte sono diversi gli appassionati che seguono con curiosità i passi di questa band napoletana, tanto vicina, per sensibilità, alle suggestioni del prog italiano classico (Orme e Osanna), quanto ben radicata alla tradizione partenopea. Danze d'incenso si muove attraverso tre sequenze (Delle danze, Della conoscenza e Tra balsami d'incenso) con richiami alle filosofie orientali ma anche alla quotidianità della Storia (pensiamo agli episodi Abraham, where is the land? e a Mezzalunafertile). Il disco va ben oltre le aspettative: c'è un'ambizione testuale e narrativa di ampio respiro che trova un naturale sviluppo in un tessuto musicale variegato e ricco di sorprese. Da vero concept qual è, Danze d'incenso sfrutta l'idea del “tema conduttore”: l'opener Preludio di luna piena lo squaderna subito, in un sinuoso 5/4 su sonorità ormistiche, poi ripreso qua e là con la tecnica della variazione (pianistica in Soft Moon, quasi orchestrale in Cuori di elettricità, con la chitarra classica in Locus Amoenus e, infine, in un tempo composto - 3/4+4/4 - nell'emozionante Coda di luna calante). La prima sequenza è quella più brillante, appariscente, colpisce l'orecchio al primo istante con una varietà di tinte sgargianti che toccano il folk mediterraneo (Abraham, where is the land? vede la partecipazione – e il passaggio di testimone musicale – di Lino Vairetti degli Osanna; Sahara – Marrakesh mette in evidenza le ottime doti canore della vocalist) ma anche il jazz rock (Smoke Rag e quella Desert Sounds in 5/4 dall'impronta Gong). Meno dirette le altre due sequenze: quasi come in un processo di iniziazione, sino a che si tratta di “ballare” siamo tutti capaci, ma quando ci si addentra nella conoscenza e nei balsami d'incenso, l'impegno richiesto è un altro e, probabilmente, la sensibilità (solo) uditiva c'entra sino ad un certo punto. O almeno questo sembra essere il messaggio della banda. Se restiamo al dato musicale, la densità aumenta ma, talvolta, ci si scontra con una pecca dovuta alla prolissità di alcuni brani. Il rischio è quello di perdere la bussola. Sia bene inteso: la qualità è inequivocabile, il lavoro di strutturazione è attento al dettaglio, la registrazione ottima, però non sempre si può riuscire a catturare l'attenzione (più di tanto) sull'iteratività di temi musicali che meriterebbero o ulteriori elaborazioni su diversi piani (ritmica, timbrica, armonia…) o scarnificazioni. I Malaavia stanno elaborando un loro sound ma se nella mente hanno gli Osanna, nel cuore ci sono le Orme (il ritornello di Ombre); i testi di Pas Scarpato, molto particolari e sicuramente originali per tematiche e scrittura, risentono della lezione di quegli autori sufi così amati da Battiato(Ouspenskij e Gurdijeff). Band affiatata con un fuoriclasse: il tastierista Oderigi Lusi. Al pianoforte è un consapevole virtuoso in quanto ha notevole tecnica e non eccede, anzi riesce ad incanalare quell'energia in capacità compositive (Softmoon) e citazionali (Bach's Prelude). Tra gli episodi meno convicenti: il Kyrie Eleison (che peccato sprecare una bella voce come quella di Mauriello della Nuova Compagnia di Canto Popolare per un clonazione del peggior Battiato degli anni Ottanta…). Da incorniciare invece Vie interne: se l'operazione potrebbe sembrare simile a quella di Kyrie Eleison, in realtà il risultato è sensazionale. Un intelligente “scherzo” in formato discomusic rinforzato da giochini ritmico-armonici tutt'altro che scontati. Pare una canzonetta e la canzoncina rimane a ronzare nelle testa ma la sostanza è evidente (il sax di Muselli è inebriante, ma sentite anche cosa combina “sotto” il piano di Lusi). Se dovessimo comunque scegliere un brano icastico del disco, partiremmo dalla fine con Coda di luna calante: è quello più legato al prog storico europeo, l'atmosfera ricorda i Camel di Moonmadness (come per Danza d'incenso), il tempo dispari non è invadente. La migliore conclusione per un album dalle ottime intenzioni e dagli esiti, comunque, soddisfacenti.
Malaavia: da quanto ho ascoltato e letto Su Movimenti Prog ed altri siti di critica musicale, non è un gruppo ma un progetto. In questa idea c'è forse l'aspetto più interessante: partire dal dato semplice e proseguire “in progress” ed in trasformazione. Danze d'incenso: Il richiamo alla tradizione progressive italiana, che si tinge in ogni brano di colori partenopei non è solo di un richiamarsi a tradizioni di una cultura musicale oramai storicizzata – che in Italia ha avuto molti meriti e alcuni eccessi verso il basso quando il panorama musicale, ma soprattutto il senso di quel fare musica, era cambiato (mi riferisco a gruppi autentici che nel tempo hanno cercato di sopravvivere a sé stessi, Le Orme, BMS e la nostrana PFM) – e a quella popolare, ma anche di una collaborazione attiva con chi ha vissuto e vive da protagonista di questi aromi (M.Mutti, L.Vairetti, G.Mauriello). La qualità artistica dell'album è ineccepibile, pesante e barocca quanto basta per ricordare la produzione migliore di certa musica di tanti anni fa. Forse l'elemento più interessante
e innovativo lo si trova nei testi dove Pas Scarpato mischia sapientemente
certe immagini che rasentano metafisica e surrealtà con tematiche
legate ad avvenimenti, non troppo celati, contemporanei, con certo “gusto
religioso” tipico (Canzone di Giuseppe). “Limite” più grosso dei testi è, in alcuni casi, una ricerca di sonorità e musicalità attraverso frasi in rima: si legge in questo una certa forzatura. Ma anche questo è un richiamo palese alle origini. L'unico difetto vero, del disco, non dell'idea, è l'esagerazione: all'interno di molta qualità e progettualità – elemento che si respira dal primo brano all'ultimo – un'eccessiva lunghezza, una quantità di brani di qualità diversa confondono e nascondono i momenti più alti. Chi scrive non è un tecnico di cultura e critica musicale, ma sa ascoltare ed è convinto che sono i difetti e gli errori che possono spingere a motivare verso correzioni e trasformazioni. Se un prodotto è perfetto, che senso ha continuare? B.Franchini Scambio di battute tra Marco Piva e Pas Scarpato sul significato esoterico del nome MALAAVIA > Domanda Marco Piva : Sai Pas, facendo un'indagine filologica sul termine MALAAVIA, dopo il concerto del BUENAVENTURA mi risulta che "avia" in latino vuol dire “ la nonna” oppure, al neutro plurale sta per "Luoghi impervi". Tipo le "Vie interne" (nascoste => Lathe biòsas) del"Locus amoenus". Niente a che fare quindi con gli uccelli di cui “avis –is”, nominativo plurale "aves". Ho beccato il significato vero? ^_^ Potresti spiegarmi…? >Risposta Pas Scarpato : Bravo!!
Sei stato il primo a svelare l'arcano enigma. Il termine avia nella terminologia tardolatina e pre volgare ricorda nell'idea fortemente il volo e gli uccelli: è il suono, non il termine o la sintassi, comprendi? Ma cosa c'entrano, mi dirai: C'entrano eccome!! Il volo è da sempre , nell'immaginario mitico, il simbolo della libertà e della ricerca. Tu non credi che nella musica dei MALAAVIA ci siano tutte queste componenti? Quando ho scritto questi brani, a volte per definire alcuni passaggi armonici mi facevo aiutare dalla misura della distanza media dei pianeti. Trasportavo tutto sul pentagramma, in scala ovviamente, e calcolavo i gradi corrispondenti. Mi venivano sempre bene i calcoli, mai stonati !!! Penso che Oderigi per completare il tutto abbia usato lo stesso metodo, anche se con parametri diversi. Coincidenze? Forse è per questi motivi che le persone avvertono in quelle note e in quelle parole qualcosa di magico , misterioso che si cela dietro la maschera del suono. Tu che opinione ti sei fatto di tutto quello che hai ascoltato? >Marco Piva: Quindi la storia degli "uccelli del malaugurio" non è precisa? Perché non mi convinceva come lettura, sentita la vostra musica. >Pas : Mah! In base a quanto predetto, non è errato pensare agli uccelli dei luoghi impervi... > Marco: Mala per sottolineare la decadenza o la "caduta"... Questo l'avevo visto bene, poi magari se avrai voglia di leggere la mia analisi sul vostro disco mi dirai se ho intuìto decentemente quello che avete voluto comunicare... E' il "malaugurio" quello che mi suonava del tutto fuori posto. Anzi, poteva sembrare quasi un controsenso. Diciamo che, prima di riflettere un po' sul nome, avevo pensato che potesse essere un "vecchio" nome della band rimasto per motivi affettivi ma non più corrispondente al messaggio comunicato. Ma mi sembrava un atteggiamento poco adatto al "Pas" che si legge nei testi del disco… >Pas: Ti ripeto, sei stato il primo...Leggerò il tuo l'articolo con curiosità. > Marco : E veniamo agli uccelli. Niente a che vedere con avis-is ma la radice ed il suono sono gli stessi… mi dici. Mi sembra assolutamente legittimo! >Pas : E su questo...pare che non ci piova.
Eccome! La libertà TRAMITE la ricerca, direi io. >Pas : Stai attento, in un'epoca
oscurantista come la nostra potrebbero additarti come stregone. >Marco : Piuttosto di non poter pensare preferisco affrontare il rogo. …Libertà che si trova sì, come dice Virgilio, nel "locus amoenus". Quello che però è terribilmente nuovo nel messagio dei Malaavia è che questo locus amoenus non è un giardino dell'Eden, terreno come quello di Virgilio stesso o da raggiungere dopo la morte come molte religioni suggeriscono. Il nostro locus amoenus sta dentro... >Pas: Da questo concetto chiaro, possiamo anche trarre i fili che ci collegano ad “Abraham, where is the land? “. Non è la terra fisica, geografica, quella che i patriarchi cercavano. E' la fertilità dell'essere, dell'essenza. La terra è il luogo intimo dove lo spirito può crescere ed espandersi. Ma anche allora, il bigottismo dei vari sistematizzatori di turno fece la sua parte. E ora, nel 2004, stanno ancora cercando la terra geografica e s'ammazzano inutilmente. Sul concetto del "dentro" stiamo elaborando un altro brano. > Marco: Ecco, questo in quel brano (Abraham...) non ero riuscito a notarlo. E' uno di quelli che trovo più piacevoli all'orecchio, e forse proprio il fatto che in questo senso mi dia una quasi totale soddisfazione mi ha fatto essere "sazio" e non l'ho "letto" con cura.…forse è per questi motivi che le persone avvertono in quelle note e in quelle parole qualcosa di magico… , Anche per questi ! > Pas : Tu che opinione ti sei fatto di tutto quello che hai ascoltato? >Marco: Leggilo su quella che avrebbe dovuto essere una recensione* per il sito (Movimenti Prog) ma che probabilmente finirà come retrospettiva perché è troppo lunga. Nasce dalle note che mi ero buttato giù preparandomi a parlare di voi a Genova, e poi ha preso una sua strada. In sintesi, comunque, direi che un altro dei motivi per cui dietro a "Danze d'incenso" si sente la presenza di qualcos'altro di misterioso è il fatto che nelle parti tue e di Oderigi si ha la sensazione che VOI siate a conoscenza di qualcosa che sta dietro ad ogni nota. Lo stesso non sono riuscito a coglierlo nelle parti della voce femminile nel disco, mentre ne ho avuto un'idea al concerto. >Pas: Guarda, ormai hai svelato
tutto. Colloquiare con te mi fa sentire un libro aperto. Grazie. Egidio dallo studio sul corpo e le sue potenzialità è passato all'ateismo puro. Intanto è diventato direttore d'orchestra. Collaborerà ancora con noi ed è sempre nei nostri cuori. Noi siamo andati avanti. >Marco: Si nota anche dalle note di copertina, in effetti. Ma prima di leggerle,convinto che i Malaavia fossero le cinque persone che sentivo suonare (più ospiti, e va bene), avevo notato questa disparità di "sentimento". Ho visto (forse stranamente) più "ispirata" Elena, al concerto. Certo, forse c'è anche il fatto che i brani non sono stati scritti "con" e "per" lei ma li ha conosciuti già completi ed è potuta entrarci nella maniera a lei più congeniale (ed evidentemente anche rispettosa del modo in cui tu e Oderigi li avete scritti e li interpretate, però), ma comunque ho avuto la nettissima impressione - sia mentre cantava che mentre stava da parte durante i brani strumentali - che ognuno di quei brani fosse "suo", come dire, che uscisse dal suo intimo... >Pas: Elena è una persona meravigliosa. Ha iniziato da non molto il suo cammino ma credo che le "antiche verità" le porti dentro da sempre. Quando le ho proposto di cantare con noi - al telefono e senza conoscerci direttamente- ha accettato subito, senza riserve. Ha intuito in modo istintivo l'afflato sottile che ci legava, senza aver bisogno di conoscerci direttamente. La ammiro molto per questo. Ma adesso corro a leggermi le tue note …( ore 04.45 ) T'abbraccio. Pas >Marco: Un abbraccio a te Manlio Progressive Rewievs Chi legge le mie pagine si sarà accorto da un pezzo che io entro senza remora in quella categoria di persone che, musicalmente parlando, si possono etichettare come "nostalgici". I motivi sono vari, ma quello forse maggiore è una delusione profonda dei musicisti odierni (o buona parte di questi) che non riescono, secondo me, a fondere tecnica e spirito. La lista dei raccomandati e/o figli di papà che ottengono un facile contratto discografico che poi non riescono ad onorare in termini di fiducia e risultati è lunga e fitta…ma c'è anche qualche gruppo o personaggio che, grazie a grandi sacrifici e sudore versato in prima persona, riesce a immettere sul mercato un lavoro originale, valido e di freschezza disarmante. E' il caso dei Malaavia, che presentano questo "Danze d'Incenso", che definire lavoro progressivo risulta estremamente limitante. Il gruppo, formato da Pas Scarpato e Oderigi Lusi, contando anche varie collaborazioni, una su tutte la bravissima Solimena Casoria, riesce a fondere in un unico lavoro una indescrivibile quantità di generi diversi, mantenendo un unico e validissimo filo conduttore, spaziando dal progressive al pop di classe, da ritmi orientaleggianti a profumi e rumori nettamente partenopei, fino a citazioni classiche e ritmi disco-music. A testimoniare l'impronta personale del lavoro c'è sia la lunga durata (era da un pezzo che non vedevo dischi con 22 tracce!!!) in cui si dividono tre sequenze, sia un proponimento, peraltro perfettamente riuscito, di amalgamare il più svariato numero di strumenti, tra i quali sax, violini, mandolini, fiati e trombe. Stupefacente Oderigi Lusi al pianoforte: mai sopra le righe, riesce ad incastrarsi con ottima tecnica e precisione nei vari interventi, permettendosi alcuni momenti veramente notevoli come "Abraham, where is the land?", "Softmoon", "Vivo nascosto", la classica "Bach's Prelude" e "Smoke Rag" dal sapore antico di Jopliniana memoria. La "Sequenza seconda" è quella,
secondo me, più riuscita anche se non si possono non citare
le iniziali "Preludio di luna piena" e "Abraham, where
is the land ", "Mezzalunafertile" e "Canzone di
Giuseppe" (quest'ultima dal sapore leggermente alla De André de "La
Buona Novella"). Consigliato. Tino Tozzi ( Sezione Musica ) Nel desolante panorama musicale italiano alcuni gruppi di nuova generazione rappresentano talvolta una gradevole eccezione: i Malaavia sono uno di questi e con il loro album di debutto Danze d'incenso si impongono immediatamente all'attenzione del pubblico. Si tratta di un concept album in cui nessun modello di classificazione musicale è prevalente, anche se l'influenza del rock progressivo partenopeo degli anni 70 è particolarmente spiccata. Non a caso il gruppo si avvale di numerose ed eccellenti collaborazioni tra cui quella con Lino Vairetti degli indimenticati Osanna e Giovanni Mauriello della Nuova Compagnia di Canto Popolare.I testi sono stati scritti integralmente dal poliedrico Pas Scarpato, mentre per le musiche la composizione si è estesa anche a Oderigi Lusi ed entrambi possono essere considerati i veri artefici della realizzazione del progetto, nonché arrangiatori dello stesso. Il disco si suddivide in tre distinte sequenze: delle danze, della conoscenza e tra balsami d'incenso. Risulta subito evidente la qualità del lavoro già dalle prime note ben orchestrate dall'Organo Hammond di Luisi, per proseguire successivamente con uno dei migliori brani dell'album Abraham, where is the land? dove la dolcissima e calda voce di Solimena Casoria si intreccia con quella di Scarpato in un duetto che si ripete anche in altri momenti all'interno del cd. Le migliori canzoni della seconda sequenza risultano Ombre e Cuori d'elettricità mentre nella parte finale c'è forse il brano più bello dell'intero disco: Vivi Nascosto. Ottimi gli arrangiamenti con le tastiere in evidenza per tutti gli oltre 70 minuti di musica che ricordano il mitico gruppo delle Orme a cui i due compositori si sono evidentemente ispirati. Sonorità diverse guizzano, si rincorrono, sospirano, si fermano per poi immergersi in musicalità calde, mediterranee ma, al tempo stesso, universali. Acqua e sabbia, ritmo e silenzio si fondono per aprirsi all'ascolto della lieve danza degli umori dell'anima: note che profumano di spezie, di muscosità ombrose, di profumi di mercato, di terra calda e impalpabile del deserto. Un disco da ascoltare facendosi "attraversare" dalla multietnicità sonora in esso contenuta, peregrinando per mondi lontani e vicinissimi, alla ricerca dell'armonia dell'equilibrio..
28 Settembre 2006 La riscossa del rock progressivo tricolore Il made in Italy è famoso nel mondo non solo per Dolce & Gabbana,
Ferrari e Azzurri; lo è anche per il genere musicale rock
progressivo, quello delle suite per intenderci, del mellotron e del
moog, delle strizzate d’occhio a musica classica, delle aperture
al jazz e alla musica d’avanguardia. Gruppi come la Premiata
Forneria Marconi e le Orme, che non sfigurano accanto a big anglosassoni
come King Crimson e Yes, fanno la fortuna di questo ramo del rock
anche fuori dai confini nazionali. I concerti prog sono molto seguiti
soprattutto in Giappone e America Latina, ma ultimamente, anche il
Bel Paese, spesso colpevole di non saper valutare i propri tesori,
sta riscoprendo l’importanza che ha avuto e ha questo filone
musicale nato nei primi anni ’70. Proprio questo nuovo fermento
si è tradotto in operazioni di recupero “archeologico” e “filologico”;
sono nati così progetti veramente interessanti con pubblicazioni
di dvd celebrativi (Biglietto dell’Inferno e Osanna), si sono
ricomposti gruppi (Balletto di Bronzo), è sorto anche un centro
di ricerca (Centro Studi Progressive Italiano), si sono affermate
riviste specializzate (Wonderous Stories, Nobody’s Land). Tra
le ultime inziative degne di nota vi è sicuramente la pubblicazione
di “Racconti a 33 giri”, un libro scritto per chi vuole
conoscere i grandi gruppi che hanno fatto la storia del prog e anche
quelli meno noti, ma altrettanto validi e spesso condannati all’oblio
da una spietata damnatio memoriae (Museo Rosenbach, Quella vecchia
locanda, Picchio dal pozzo per esempio). La punta di diamante di
tutto questo revival è costituita dal portale MovimentiProg
(www.movimentiprog.net), oggi sicuramente un punto di riferimento
per gli appassionati. Sempre aggiornato e in linea con le frequenze
progressive, il sito informa puntualmente sugli appuntamenti da non
perdere. Inoltre costituisce un serbatoio di critica musicale di
tutto rispetto con un occhio attento al passato e l’altro alle
nuove realtà: tra i suoi fondatori vi è infatti Donato
Zoppo, certamente uno dei massimi esperti del genere e vero e proprio
deus ex machina di molte iniziative di questa nuova primavera progressiva.
Da una costola di MovimentiProg un paio di anni fa è nato
lo spazio web MP_Roma (www.mproma.net), diretto da Emanuele Kraushaar,
e interamente dedicato al rock progressivo che si suona nella capitale.
Ma quest’estate capitale del prog tricolore è stata
certamente Andria, dove si è tenuto un festival di quattro
giorni (dal 13 al 16 luglio). Azzeccato l’abbinamento big-emergenti
e gran finale con l’ottima band Carovana Eterea Malaavia e
il leggendario Banco del Mutuo Soccorso. Per chiudere un piccolo
percorso di ascolto per chi muove i primi passi nei labirinti del
rock progressivo italiano. “Concerto Grosso” (“New
Trolls”), “Felona e Sorona” (Orme), “YS” (Balletto
di Bronzo) sono tre dischi che hanno fatto la storia del prog; queste
invece le uscite più interessanti degli ultimi anni: “Fonderia” (Fonderia), “Tesa
Musica Marginale” (Anatrofobia) e “Danze d’incenso” (Malaavia).
|
![]() |
|
© 2006
- Malaavia © design MickyArtworks |
||